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Nella cura psicoanalitica la verità del soggetto si manifesta anche nella relazione transferale.

Le diagnosi sono storie

Nella cura psicoanalitica il transfert segna l'inizio di un viaggio alla scoperta della propria verità. E si tratta di una verità che viene ricostruita ripercorrendo la propria storia

Le diagnosi sono storie, storie che intrecciano ripetizione e cambiamento. Esiste un aspetto stabile della struttura del soggetto, ma la struttura non dice l'ultima parola né sul destino del soggetto né sulla verità che attraversa la sua vita.

Nelle diagnosi psicopatologiche però la ripetizione prevale sulle possibilità di cambiamento: la verità e il destino del soggetto sembrano già del tutto segnate da un'impronta iniziale. La diagnosi serve allora a individuare questa impronta per aprirla a un percorso esistentivo differente. 

La diagnosi è dunque la ricognizione di ciò che fa da causa alla ripetizione e la cura è il percorso transferale che mira a rendere quella stessa causa come la matrice di un'apertura invece che la stanca ripetizione di ciò che è già stato segnato dal passato.

 

Il percorso diagnostico

La diagnosi è un percorso conoscitivo e relazionale dove cerchiamo di sintonizzarci con la verità del soggetto, una verità che è composta da struttura e divenire.

Dire allora che le diagnosi sono storie implica un'attenzione a questo intreccio singolare tra struttura e divenire.

Nel processo diagnostico è importante capire non solo quali sintomi ha una persona, ma innanzitutto chi è quella persona.

Non è possibile una diagnosi senza una griglia di lettura dei fenomeni clinici. La diagnosi non è solo una descrizione dei fenomeni che osserviamo, ma anche una organizzazione dei fenomeni.
 
Nel processo diagnostico costruiamo una struttura che mostra le connessioni tra i fenomeni che osserviamo.
Da questo punto di vista i fenomeni diventano rilevanti soprattutto per la rete di connessioni in cui sono inseriti. Possiamo cogliere quindi il valore di un elemento solo valutando il rapporto con gli altri elementi.
 
La diagnosi presuppone una teoria del soggetto e una psicopatologia che ci consente di discernere dietro fenomeni simili una logica soggettiva differente.
 
Per qualche spunto in più guarda questo video su psicopatologia, teoria del linguaggio e soggetto:


 

Il salto dell'abduzione

La diagnosi non è solo la ricognizione dell'intreccio singolare tra struttura e divenire del soggetto. È la stessa diagnosi ad essere un percorso in cui si intreccia la dimensione strutturale della conoscenza con il divenire dell'incontro clinico.
 
L'incontro clinico aggiunge quel di più che non può essere racchiuso da nessun manuale psicodiagnostico. 
La diagnosi non è la sommatoria delle forme cliniche che compongono il sapere della psicopatologia. Certamente la diagnosi presuppone un sapere psicopatologico: l'atto diagnostico parte da una struttura, da un'impronta antropologica, da una certa concezione dell'uomo.
 
Ma in ogni incontro clinico il sapere della psicopatologia è chiamato a farsi materia vivente, deve cioè diventare estremamente flessibile e relazionale per cogliere l'unicità del soggetto.
 
Per qualche spunto in più guarda questo video sul transfert come romanzo e come lettera:


 
 
La logica del ragionamento clinico – in cui si avanza un’ipotesi che renda conto di un dato insieme di fenomeni – si avvale del metodo che il semiologo e logico C.S. Peirce ha definito come “abduzione”.
 
L’abduzione è il primo passo di ogni ragionamento scientifico, è il salto logico che ci consente di passare dalla raccolta dei dati alla formulazione di un’ipotesi.
L’abduzione lascia un margine insaturo nella spiegazione dei fenomeni. La connessione tra gli elementi non può trovare una formalizzazione che permetta di rendere automatico il ragionamento una volta individuati gli elementi.
 
E inoltre il modo in cui formuliamo ipotesi varia da caso a caso e secondo la nostra esperienza e le mappe teoriche a cui ci riferiamo. Ciò vuol dire che non c’è Altro dell’Altro, non c’è l’aleph borgesiano.
 
Nel campo dell’Altro c’è un buco, un punto di indecidibilità che chiama in causa la singolarità dell'analista nell'incontro con la singolarità del paziente.
Il percorso diagnostico mostra che non c’è un modello per applicare i modelli e dunque nessun modello può determinare quali siano le sue applicazioni corrette. Non c’è un metamodello, un metalinguaggio: non c’è una regola che ci dica come applicare le regole, per dirla con Wittgenstein.
 
L’abduzione contempla uno iato che si frappone tra le conoscenze già acquisite e la loro applicazione al singolo caso. In tal senso, quando la logica dell’abduzione prende corpo in una prassi clinica, richiede un atto generativo, un momento in cui entra in campo la responsabilità della decisione clinica
 

La storia e la scrittura clinica

Storia del soggetto e storia dell'incontro con il soggetto sono i due piani della singolarità che entra in gioco nel processo diagnostico e nel percorso terapeutico.
 
La scrittura di una storia clinica intreccia questi due piani per trasferire quella singolarità nella materialità della pagina.
 
Nella ricerca psicoanalitica e fenomenologica la scrittura di una storia clinica serve a tracciare le coordinate e le mappe che permettono di trasmettere l’esperienza, facendo del caso per caso un metodo per orientarsi nei territori della clinica.
 
Scrivere una storia implica una marcatura del tempo, vuol dire generare un passato, circoscriverlo, organizzare il materiale eterogeneo dei fatti per costruire nel presente una ragione, un filo logico con cui organizziamo i fenomeni.
 
La scrittura di una storia clinica prende gli eventi e li articola e, laddove questo legame non è pensabile, cerca di ipotizzarne delle possibili forme di articolazione.
 
Inoltre la storiografia dei casi clinici – cioè la storia e la sua scrittura – porta nella sua stessa definizione il paradosso della messa in relazione di due termini antinomici: la realtà empirica e il discorso.
Il resoconto clinico non coincide con i fatti della seduta, la selezione dei dati empirici è già un’operazione di taglio tra la realtà e il discorso. Il discorso (della ricerca) non è la realtà (empirica) così come la fisica non è la natura. In ogni scrittura del caso clinico viene compiuto un taglio, un passaggio non scontato e non standardizzabile che ancora una volta chiama in causa il desiderio dell'analista.
 
Per qualche spunto in più guarda questo video sui tre tempi della scrittura del caso clinico in psicoanalisi:


 

Per approfondimenti, tra i libri di Nicolò Terminio, si rimanda a:

  • Misurare l'inconscio? Coordinate psicoanalitiche nella ricerca in psicoterapia (2009)
  • La generatività del desiderio. Legami familiari e metodo clinico (2011)
  • A ciascuno la sua relazione. Psicoanalisi e fenomenologia nella pratica clinica (2019)
  • L'intervallo della vita. Il Reale della clinica psicoanalitica e fenomenologica (2020)

 

Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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