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 La perdita dell’evidenza naturale

Cosa manca alla paziente Anna Rau?

Tra le pietre miliari della letteratura antropo-fenomenologica troviamo La perdita dell’evidenza naturale (1971) di Wolfgang Blankenburg, un testo che ci permette, ancora oggi, di accostarci alla questione clinica della psicosi.

La tesi fondamentale della ricerca fenomenologica di Blankenburg sostiene che il nucleo fondamentale della psicosi consiste nella perdita dell’ovvietà semantica che fa da sfondo al nostro essere nel mondo.

Il caso clinico di Anna Rau viene presentato come un esempio paradigmatico della radicale compromissione del rapporto tra esistenza e fondamento.

Il 14 ottobre 1964 Anna Rau, un’impiegata di commercio di vent’anni, viene accolta nel servizio in cui lavorava Blankenburg dopo un tentativo di suicidio effettuato con settanta compresse di un sonnifero liberamente in vendita.

I dati principali dell’anamnesi della paziente Anna vengono raccolti sulla base delle informazioni riportate dalla madre. Dall’anamnesi risulta che Anna aveva iniziato a parlare, a comunicare con un certo ritardo, intorno ai 2-3 anni. Era una bambina piuttosto calma che non mostrava piacere e che era inibita nel rapporto con i coetanei.

Dal racconto della madre emerge una “particolare brutalità del padre” nei confronti dei figli: “il padre l’avrebbe trattata peggio di uno straccio”. Quello che colpisce della madre è una modalità troppo obiettiva nel riferire la storia familiare.

Il rapporto di coppia dei genitori di Anna è sempre stato frutto di tensioni che la madre non è riuscita a mascherare: le scenate familiari, infatti, erano molto frequenti. Durante l’adolescenza Anna manifesta una certa difficoltà nelle relazioni con i coetanei dai quali si autoesclude a causa di una certa sua “immaturità”. In questo periodo l’attenzione della paziente è dominata da tanti interrogativi e problemi che risultano per lei insolubili.

Alla fine dei suoi studi Anna ha iniziato a svolgere dei lavori che ha abbandonato dopo poco tempo: ognuna di queste occupazioni diventava per lei “umanamente insopportabile” in quanto sentiva la mancanza di un certo tipo di maturità e di un punto di vista con cui poter affrontare il suo lavoro. Durante l’anamnesi la madre appare poco flessibile e di lei colpisce una “sollecitudine iperprotettiva dominante” che contemporaneamente risulta priva di una qualsiasi capacità di comprensione.

Ciò nonostante, non si credeva fosse così anormale come, invece, emergeva dai racconti di Anna. La paziente ha molte difficoltà nell’esplicitare la qualità dei suoi rapporti familiari e riferendosi al padre: “Non ho mai capito del tutto come stessero veramente le cose”. Ricorda di come la madre le abbia parlato sin dall’infanzia degli aspetti negativi del padre. La sua indole è sempre stata solitaria e non ha mai avuto il desiderio di stabilire delle relazioni con gli altri. La paziente parla di un qualcosa che in lei non andava e che la faceva sentire inadeguata nei rapporti umani e nello svolgimento delle attività quotidiane più elementari.

Anna riferisce di un bisogno insopprimibile: le manca il “sentirsi a casa” e una famiglia che la faccia sentire protetta. A proposito della madre Anna dice che “riusciva sempre meno a intendersi con lei e a prenderla così com’era”. In seguito, in clinica, afferma che “mamma la pensa diversamente, io ho rotto con lei”.

Anna si lamenta di una difficoltà che non le consente di affrontare la quotidianità con naturalezza. La paziente crede che per poter superare questa sua “immaturità” debba riorganizzare il suo sviluppo intellettuale e avverte la necessità di “dover pensare” costantemente a quei problemi che le rendono l’esistenza “insopportabile”. Lei, infatti, non riesce a sentire “in che modo gli esseri umani sono così anche loro”. Nella sua vita ormai nulla le appare più evidente.

Gli esami clinici e i risultati psicodiagnostici forniscono un’immagine della paziente in cui prevale il suo sentimento di “inadeguatezza”. I suoi interrogativi ruotano attorno ad un tema centrale: l’incapacità di trovare un fondamento per le sue azioni, anche la quotidianità più banale rappresenta per lei una realtà da cui non potersi difendere. Dal punto di vista dinamico la connotazione superficiale ed impersonale dei suoi contatti col mondo può essere letta come un meccanismo di difesa nei confronti di “vissuti pressanti e non domabili”. Ma Blankenburg fa solo un accenno a questa interpretazione psicodinamica perché vuole mantenersi sul piano delle constatazioni.

Nella presentazione del caso di Anna Rau vengono riportati alcuni brani che risultano particolarmente indicativi per la comprensione della posizione soggettiva della paziente. Il discorso ruota attorno al tema delle lamentele di Anna: la perdita dell’evidenza naturale. Non va dimenticato che le enunciazioni di pazienti di questo tipo non sono derivabili dalla loro suggestionabilità, che è solitamente bassa. Inoltre, bisogna precisare che le frasi trascritte non consentono di afferrare pienamente le verbalizzazioni: queste, infatti, acquistano espressività soltanto quando le si contestualizza nell’alternanza delle pause (spesso lunghe) e nella gestualità della paziente.

I brani che seguono raccolgono alcuni dei momenti in cui Anna Rau si confronta con l’“indicibile”.

Che cosa mi manca davvero? Qualche cosa di Piccolo, di strano, qualche cosa di Importante, di indispensabile per vivere. A casa, da mia madre, umanamente non c’ero. Non ero all’altezza. Mi limitavo a stare lì, stavo semplicemente in quel posto, ma senza essere presente. Ho bisogno di una relazione che mi guidi – quando non ho più nozioni sufficienti non ci riesco..., per esempio una relazione con una famiglia, con una donna. Ho bisogno di un legame che mi guidi, senza che tutto [sia] artificiale... adesso devo sempre stare attenta a non perdere tutto... L’esistenza, è avere fiducia nel suo modo di essere [apparentemente in quello della madre o di un essere umano che possa sostituirla] che stimola, così che io possa accet­tare... dovrei anche essere più legata e più impegnata attraverso la fiducia. Ho semplicemente l’impressione di avere ancora bisogno di appoggio (den Halt). Ho bisogno di appoggio nelle cose quotidiane più elementari. Sono ancora troppo piccola, piccola nel modo di pensare. Non ci riesco da me. Senza dubbio mi manca l’evidenza naturale.

Nel corso dei colloqui Anna, di tanto in tanto, parla anche dell’“evidenza del sentimento”.

[Che cosa intende dire?] Ogni essere umano deve sapere come comportar­si; ogni essere umano segue una strada, ha un modo di pensare. Il suo com­portamento, la sua umanità, la sua socialità, tutte queste regole del gioco di cui fa uso: sino a oggi non ho potuto riconoscerle con chiarezza. Mi sono mancate le basi. Lì le cose non andavano, perché tutto si costruisce metten­do un mattone sull’altro... Ciò che precisamente mi manca è poter sapere in maniera evidente quello che so... nei rapporti con altri esseri umani. È pro­prio questo che non mi riesce. Tante cose mi sono talmente estranee. Così estranee – non so... Quando gli altri fanno così... e in effetti ciascuno è cre­sciuto in un modo o nell’altro: è su questa base che si pensa, è su questa base che l’azione viene diretta, è su questa base che ci si comporta. Un bambino non si può semplicemente metterlo lì: senza relazione. Voglio dire che ci sono sentimenti confacenti, che per esempio legano un essere a un altro, sentimenti di cui si ha bisogno per diventare uomini innanzitutto umanamente – per diventare umani. Ed è lo stesso per i modi di pensare, anche per quel che è semplice, semplicissimo. Perciò ogni uomo è qualche cosa. Ogni uomo riflette così la maniera in cui si comporta, il modo in cui è la sua famiglia ecc. Su questa base ciascuno si muove in una direzione. Io sono passata a lato di tutto questo. A me non è accaduto proprio nulla di ciò. La difficoltà sta qui... Si tratta semplicemente della vita, di condurre­ una-vera-vita, di non essere respinti fuori dalla società ecc. [Respinti?] Cer­to che vengo respinta, non riesco ad affermarmi. Il suicidio dipende da questo ecc. L’ho già detto a mia madre; le cose vanno così semplicemente perché non sono riuscita ad affermarmi, perché lei era così severa sul piano morale e mi voleva bene. Ci sono tante cose che ho già compreso, come il bene e il male. Io non so... [Lei non sa più che cosa è il bene e che cosa è il male?]

Sì, sì. Sono tante le cose che ho già compreso. Ma non basta. Manca qualche cosa. Ma che cosa... non riesco a trovare un nome, non riesco a de­finire attraverso un nome quello che realmente manca. Non riesco a dargli un nome, io lo sento... Non so – come dire – sono così annientata e umiliata. Non riesco mai a esserci veramente e a partecipare. Non so, in effetti si trat­ta sempre della stessa cosa. Non so come devo chiamarla. La chiamo sem­plicemente... È semplicemente... Non so, non so niente, è così... Ogni bam­bino lo sa! Abitualmente lo si comprende bene, in modo evidente. Non rie­sco assolutamente a definirlo con esattezza. Lo sento così... Non so – il sen­timento – non so. Riconduco tutto a... sì verosimilmente. Se ne ha sempli­cemente bisogno. Si ha semplicemente bisogno di una propria casa e di una guida... da parte dei genitori. O i genitori sono capaci di vivere correttamen­te tutto questo prima di voi, oppure bisogna arrangiarsi con le cose e trovare da sé una buona strada, anche con la ragione – io non ho fatto nulla di ciò, nel mio caso tutto è crollato, anche la ragione. Lo noto soltanto adesso. Guardi com’è difficile; sono arrivata qui, in clinica, e ogni giorno – è quello che accadeva qui – dovevo semplicemente accettare il modo in cui gli altri si comportavano, gli esseri umani. E sempre annientarsi così, come un bam­bino – non è uno stato normale. È malata la mente? Oppure che cosa?

E tutto questo era nuovo per me, era tutto nuovo per me. Al magazzino era esattamente lo stesso. Come le persone si comportavano, come vivevano correttamente! Non è questione di saperlo. Non basta affatto vederlo, per comprenderlo. Verosimilmente bisogna, all’inizio, con i genitori – si tratta verosimilmente dei genitori – è con loro che bisogna all’inizio avere un lega­me, un legame con un essere umano che si comprende. Ma ciò non significa che non si può mai fare a meno dei genitori. Sono queste le cose semplici di cui un essere umano ha semplicemente bisogno, per poter vivere...

[E prima?] Sì, prima ero una bambina. Allora ci riuscivo senza proble­mi. Mi limitavo a imparare e venivo semplicemente trattata come una bam­bina, niente da dire. Ma adesso... Se adesso non succede niente, non ci riu­scirò mai più. E perderò anche le poche nozioni che ho e diventerò una de­linquente...

Se adesso si tratta anche solo di dover fare qualche lavoro insieme, io non resisto a lungo; non ci riesco. Per esempio lavare i piatti: la difficoltà, o quella che per me sarebbe la difficoltà, come dire, non riesco a farlo con un’evidenza; tutto ciò, in un certo senso mi sconcerta. Bisogna che mi ci costringa. Questo mi distrugge interiormente. Mi dà troppa sofferenza. Perciò non lavo più i piatti. È così per ogni lavoro. Per esempio la mattina, durante la visita, quando ricamo; non si tratta che di svolgere un lavoro. È solo un trucco – e io non ci sono veramente. E se non ho forza fisica, se non ho più forza, allora crollo. Allora non posso più farlo, [I diversi punti del ricamo?] Sì, questo ha una certa evidenza superficiale, questo va bene. Altrimenti, manca semplicemente – come dire? – semplicemente ciò di cui un bambino ha veramente bisogno, di cui un essere umano ha veramente bisogno...

Per favore, mi lasci uscire di qui! È tutto troppo adulto per me! Per esempio, l’ergoterapia: non posso lavorare autonomamente. È una tortura! [Secondo A. la cosa migliore sarebbe poter stare tutta la giornata con la madre e anche dormire con lei durante la notte. Avrebbe solo bisogno di genitori, anche di “genitori adottivi”, che fossero lì soltanto per lei.] È molto più importante che io sia capace di vivere, anziché di vegetare così.

Il trattamento psicoterapeutico di Anna si svolge sempre su un piano troppo razionale perché riesca a trasformarsi in un lavoro di ristrutturazione più profondo. Le lagnanze della paziente, seppur insopportabili, non sono da stimolo ad alcuna iniziativa verso un cambiamento radicale: la monotonia e la rigidità del suo stile di vita sembrano immutabili. Blankenburg elenca una serie di interventi psicoterapeutici (insulinoterapia, farmaci psicotropi ed elettroshock) attraverso i quali si produce una lieve modificazione iniziale, ma non esercitano alcuna influenza duratura nell’evoluzione della malattia.

Gli interrogativi che tormentano l’esistenza di Anna ruotano sempre attorno alla sua difficoltà di accesso a un “punto di vista” da cui poter muoversi nella vita. La sua comprensione delle motivazioni che possono fare da fondamento alle azioni quotidiane, anche le più banali, le appare come una soluzione al suo dilemma, ma tutto svanisce troppo rapidamente poiché si appoggia sul vuoto. La sua disperazione non viene placata dal suo incessante dover pensare.

L'8 ottobre 1965, Anna riferisce:

Non si tratta più, adesso, di orientarsi, si tratta di qualche cosa di nuovo. Ma forse è ancora la stessa cosa, non so: non posso fare a meno di essere contratta davanti agli altri. È come se sbagliassi sempre qualche cosa. Non riesco a prendere posizione. Non so darmene pace. È una specie di senti­mento, è come se continuasse ancora a mancarmi qualche cosa. Ora non si tratta più (come per il passato) di domande alle quali non so rispondere, ma non riesco a trovare pace, è come se non avessi un punto di vista. Non posso affidarmi a me stessa, non so assumere una posizione stabile ri­spetto a un problema. Nei lavori di tessitura – certo, si tratta solo di un aspetto – vi riesco. La contropartita che hanno gli altri, perché gli altri sono presenti come persone e ne traggono vantaggio – trovare in sé stessi un mo­mento di riposo, potersi affermare e imporsi – questa contropartita io non posso ottenerla. Sento sempre di sbagliare qualche cosa. Allora tutto è così vuoto. Non sono all’altezza. [È più esposta agli oggetti?] Sì, molto più degli altri. Le cose allora non sono in ordine, non posso fondarmi su di esse.

Ogni essere deve riconoscere i propri limiti, per potersi orientare e per trovare pace in sé stesso. [Non sente i suoi limiti?] No, è per questo motivo che sono sempre contratta in quel che faccio, è per questo motivo che non ci riesco. La terracotta... può anche piacermi, piacermi molto. Ma il resto è ben più importante: potersi fondare sul proprio giudizio e trovare la pace! Trovare i limiti: ecco che cosa significa diventare adulti... Io colgo le cose come gli altri, ma non potrei mai affermarmi contro gli altri, non potrei mai fondarmi sul mio giudizio. Non mi basta mai. L’immagine che ho del mon­do, la maniera in cui la vita si svolge, non mi bastano. Perciò bisognerebbe essere veramente più tranquilli e smettere. È molto strano che tutto mi cada dalle mani.  

 In seguito Anna viene dimessa dall’ospedale, avendo il suo miglioramento raggiunto una certa stabilità, sebbene le sue preoccupazioni sugli interrogativi fondamentali non le consentano di lasciarsi andare verso una reale possibilità di ex-sistere. Il quadro della sua successiva evoluzione non presenta dei sostanziali cambiamenti e l’oscillazione del suo grado di sofferenza, dovuto al suo disturbo, rimane pressoché costante. Ogni tentativo psicoterapeutico che abbia il fine di svelare gli aspetti più profondi del suo problema non fa altro che aumentare le sue tendenze suicidarie. Per questo motivo si preferisce intervenire con una terapia verbale di supporto e con misure socio-psichiatriche.

Il suo percorso sembra caratterizzato da un progressivo miglioramento, ma verso la fine del 1967 le condizioni di Anna peggiorano: le sue tendenze suicidarie aumentano in coincidenza di un cambiamento del terapeuta e contemporaneamente con la consapevolezza da parte di Anna che non si sono verificati dei sostanziali miglioramenti.

Agli inizi del 1968 Anna mette fine ai suoi giorni, in un momento in cui non era sorvegliata e poco prima del previsto inizio di una nuova attività lavorativa (come era accaduto in occasione del suo primo tentativo di suicidio).

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Per qualche spunto in più guarda questo video su La perdita dell'evidenza naturale di Blankenburg.
 
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Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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