Il silenzio della pulsione
Come gode un corpo? Un corpo gode sempre in silenzio. È il silenzio (della pulsione e del significante) che ci permette di avvicinarci all’esperienza del Reale in psicoanalisi. Il Reale indica un’esperienza dove il corpo viene vissuto come un godimento assoluto, cioè un godimento che non è stato rivestito dalla coperta del senso.
Corpo, godimento e silenzio mettono in luce un resto non simbolizzabile dalla catena significante, indicano quella parte del nostro vissuto che è generata dal significante ma che non è maneggiabile facendo appello alla dimensione del senso o alla pluralità dei meccanismi di difesa con cui gli esseri umani si proteggono dall’ustione di un Reale insensato.
Indice
Al di là del principio di piacere
Se pensiamo al silenzio della pulsione possiamo prendere in prestito le parole di Colette Soler che descrive la pulsione come qualcosa che non si acciuffa mai e che non ci si toglie mai di dosso perché si tratta di un’esigenza “che da un lato non cede mai e dall’altro è impossibile da soddisfare” [C. Soler (2011), Gli affetti lacaniani, p. 23].
La pulsione non coincide con l’istinto, nella vita degli esseri umani non esiste l’istinto, come per esempio l’istinto della fame. La clinica dei disturbi dell’alimentazione mostra quanto il rapporto con l’istinto sia “snaturato” dalla dimensione del linguaggio.
Le pazienti anoressiche ci raccontano che nella pratica disciplinare della dieta c’è un momento in cui il brontolio della fame viene trasformato in piacere.
Certo, sovrapporre pulsione e piacere non è corretto, la soddisfazione pulsionale non coincide con il piacere. La soddisfazione pulsionale se ne infischia del piacere, è rivolta semmai all’al di là del principio di piacere. Questo ci fa capire che negli esseri umani è presente una spinta alla soddisfazione che di per sé non si concilia con il bene e non è neanche sensibile alla metaforizzazione del vissuto corporeo. Si tratta piuttosto di una spinta che è in grado di scardinare i meccanismi di difesa più drastici e pervasivi.
Sarebbe importante tenere in considerazione questo aspetto della vita pulsionale non solo nell’attività clinica, ma anche negli interventi educativi. Purtroppo, alcuni programmi di educazione affettiva e sessuale sono guidati dalla tentazione di incanalare la vita pulsionale dentro alcuni criteri relazionali senza tener conto dell’intervallo che separa godimento e Altro. La psicoanalisi invece sottolinea la differenza che esiste tra il silenzio del significante e l’universo semantico del linguaggio.
Il silenzio del significante non indica l’assenza di suoni, ma il silenzio del senso. Il silenzio del significante è una traccia che mostra il linguaggio prima ancora che diventi espressione di contenuti e significati, ma che fa già vibrare il ritmo del corpo istituendo una sintonizzazione asemantica tra soggetto e Altro.
Il linguaggio per la psicoanalisi non è soltanto qualcosa che serve a trasmettere dei messaggi veicolando un significato.
Il linguaggio ha una valenza performativa e concorre a strutturare la nostra esperienza fissando i punti di partenza di ogni trama di senso.
E la trama del senso inizia a costruirsi grazie a una traccia di non-senso. Una traccia che rimane comunque un evento significante, quindi un’espressione del dispositivo del linguaggio, ma è anche un evento che incide sulla vita del corpo.
Sebbene in una cura psicoanalitica venga dedicata una particolare attenzione alla costruzione di una trama di senso, ciò che diventa cruciale in una cura è l’incontro con il silenzio del significante in quanto silenzio del senso.
Nel rapporto con il linguaggio c’è qualcosa che rimane muto, qualcosa che non rimanda ad alcun senso e “che un uomo tocca solo con il silenzio” [J. Bousquet (1946-47), “Il silenzio impossibile”, p. 24].
L’essere umano accede all’esperienza del godimento del corpo solo incontrando il silenzio del significante. E si tratta di un incontro che avviene in un momento in cui il significato non è ancora diventato il sasso in bocca del significante.