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La dissociazione come segregazione della verità: destare il sognatore nella clinica borderline.

La dissociazione come segregazione della verità

Quando il meccanismo della dissociazione diventa una difesa, il Sé si protegge dalle minacce di destabilizzazione attraverso un sistema di allarme precoce, un sistema difensivo che sembra configurarsi come il garante della futura continuità del Sé.

Ecco una delle ragioni per cui la dissociazione patologica fa collassare l’esperienza della temporalità: avviene infatti una condensazione temporale a causa del congelamento della rappresentazione del futuro e del presente all’interno di ripetizioni dei vissuti del passato.

La dissociazione patologica si installa nell’esperienza del soggetto come una strategia difensiva che trasforma l’atto del vivere come una continua rievocazione della possibilità dell’evento del trauma.

Il soggetto si protegge dalla possibilità di vivere il trauma separando e segregando i diversi stati del Sé, come se la sicurezza fosse mantenuta grazie alla dissociazione invece che attraverso la connessione. In alcuni casi più gravi la frammentazione degli stati del Sé può sfociare in un disturbo dissociativo dell'identità.

Se seguiamo questa linea di pensiero, possiamo considerare la dissociazione normale come l’oscillazione tra diverse posizioni soggettive, un’oscillazione che permette al soggetto di rimanere sempre in contatto con un sentimento di autenticità. E questo sentimento è garantito proprio dalla possibilità di oscillare.

La flessibilità del Sé va distinta dalla scissione patologica che illude di mantenere una coerenza generale istituendo delle isole segregate della propria verità.

La dissociazione normale segue il principio della oscillazione e della comunicazione tra diversi stati del Sé, mentre la dissociazione patologica è caratterizzata dalla rigidità e della segregazione degli stati del Sé.

La dissociazione è un’estremizzazione del paradigma immunitario che Recalcati ha messo in luce come cifra caratteristica della clinica del vuoto.

Esiste infatti una particolare declinazione della clinica del vuoto in cui il soggetto evita la divisione soggettiva istituendo un Sé impermeabile a ogni connessione con l’esperienza dell’alterità, un’alterità che viene sperimentata non soltanto nel rapporto col mondo esterno, ma innanzitutto nel rapporto tra parti di Sé straniere.

In un altro linguaggio e in un’altra ottica clinica, queste parti straniere vengono denominate come “fantasmi del Sé” [Cfr. Van der Hart O., Nijenhuis E.R.S., Steele K. (2006), Fantasmi nel sé. Trauma e trattamento della dissociazione strutturale, Cortina, Milano 2011].

Nella dissociazione patologica la continuità del Sé viene mantenuta escludendo ogni possibilità di conflitto tra diversi stati del Sé.

La dissociazione è un espediente del soggetto per mantenere la continuità sacrificando la possibilità di un intreccio tra diverse condizioni dell’essere.

In tal senso la dissociazione si configura come un meccanismo di difesa che stabilisce un funzionamento soggettivo dove viene evitata ogni esperienza di conflitto intrapsichico, in termini lacaniani si tratta dell’esperienza della divisione soggettiva. E, sappiamo, che la cosiddetta divisione del soggetto viene introdotta dalla questione del desiderio.

La questione che alimenta il soggetto diviso è duplice: da un lato riguarda la possibilità di autolegittimarsi nel vivere qualcosa che non è già predefinito a priori e dall’altro riguarda la possibilità di lasciarsi andare di fronte a una possibilità di esistenza che non è garantita e che non assicura il controllo su ciò che avverrà.

Autolegittimazione e abbandono sono due cifre caratteristiche che riguardano la cura della nevrosi e costituiscono anche il punto di discrimine tra la nevrosi e la clinica borderline.

Nella clinica borderline non siamo di fronte alla questione della divisione soggettiva: il sintomo non ha apre la questione della divisione soggettiva, nel funzionamento borderline il sintomo è espressione della dissociazione.

La dissociazione scaturisce dall’impatto traumatico di eventi che hanno provocato una sollecitazione eccessiva dal punto di vista emotivo.

Nel trauma il tumulto emotivo e l’eccesso di godimento sovrastano le capacità di mentallizzazione del soggetto.

Nella clinica del trauma e della dissociazione la priorità del soggetto diventa allora quella di mitigare le perturbazioni del godimento, anche a prezzo di sacrificare ogni apertura verso le questioni introdotte dal desiderio, questioni che come insegna la psicoanalisi sono inaugurate dal conflitto tra il desiderio di riconoscimento e di approvazione da parte dell’Altro e il desiderio di avere un proprio desiderio.

Quando si presenta l’evento del trauma la questione del desiderio non può essere immediatamente affrontata perché richiederebbe di muoversi ed esplorare il proprio cammino nella vita, cercando di dare forma e destino alla propria vocazione singolare.

Ora, di fronte al trauma, il desiderio diventa una questione di secondo piano: la possibilità di realizzare il proprio desiderio è quasi un miraggio della psiche, perché l’esigenza principale è quella di ristabilire una condizione di sicurezza, quella sicurezza dell’essere da cui scaturisce ogni apertura verso la verità del desiderio.

 
Per qualche spunto in più su dissociazione e trauma guarda questo video sul libro L'automatismo psicologico di Pierre Janet.

 

Lacan

Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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