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Nell’inconscio sono scritte le tracce degli eventi che hanno scandito la nostra vita trasformandoci in quello che siamo.

Compagni nella solitudine: "Nel silenzio degli addii" di Duccio Demetrio

Leggere un libro di Duccio Demetrio vuol dire farsi accompagnare nell’esperienza dell’inconscio.

Le sue riflessioni assumono un ritmo che ci svela i presupposti del nostro incedere nella vita, soprattutto in quei momenti indicibili in cui l’unica chance per emergere come soggetti è diventare soggetti della scrittura.

Le parole di Demetrio sono amiche dell’inconscio e nell’inconscio sono scritte le tracce degli eventi che hanno scandito la nostra vita trasformandoci in quello che siamo.

Nel silenzio degli addii

Grazie al suo stile di scrittura Duccio Demetrio riesce a condurci nell’esperienza dell’inconscio. Nel libro intitolato Nel silenzio degli addii (Mimesis, 2023) possiamo rintracciare un’ulteriore evoluzione del percorso di scrittura di Demetrio. L’autore si spinge in una modalità espositiva che va oltre la logica della metafora, non mette infatti in risalto la logica della condensazione dei concetti o la logica dell’argomentazione di una tesi, sebbene in tutto il libro venga discussa una tesi. Lo stile adottato da Demetrio assomiglia più al funzionamento della metonimia, la metonimia riguarda proprio la fuga del senso. Quando leggiamo questo nuovo libro facciamo esperienza di qualcosa che scivola tra le mani, come il silenzio, come ogni volta che proviamo a tradurre il silenzio in parole.

In questo tipo di rapporto con il silenzio si inverte il rapporto di padronanza della parola:

non è più la parola che riesce a tradurre il silenzio, ma è la parola che emerge dal silenzio.

E questo ribaltamento, potremmo dire del potere dell’Io sulla propria esperienza, è l’esperienza dell’inconscio, perché noi siamo scritti dall’inconscio, siamo parlati dall’inconscio, non siamo un Io sopra un cavallo che governa le pulsioni. Noi siamo effetto di una enorme quantità di processi mentali e vissuti che spuntano e ci fanno sentire un Io cosciente.

 

Il tempo della scrittura

Duccio Demetrio dice che ha scritto questo libro come un flusso di coscienza. Dal punto di vista della psicoanalisi le sue parole scorrono una dopo l’altra come libere associazioni. Ecco perché troviamo nel testo un continuo andirivieni dove i temi vengono ripresi e riaperti come succede al paziente sul lettino con le sue libere associazioni. È questa la modalità convincente della filosofia di Duccio Demetrio, cioè Demetrio ci convince attraverso un ritmo che richiama l’andamento della parola poetica. Secondo Demetrio solo la poesia può aiutarci a fare i conti con il tempo degli addii, affinché l’addio abbia una portata generativa e non coincida soltanto con la chiusura, l’assoggettamento o l’annichilimento soggettivo.

Dopo il tempo dell’addio è necessario il tempo del silenzio, un tempo che nella proposta di Duccio Demetrio sfocia nella scrittura.

Demetrio dice che scriviamo per avere la sensazione di sentirci ancora vivi.

Nella scrittura è racchiusa la possibilità della soggettivazione dei nostri addii. Nel tempo della scrittura si realizza quel silenzio necessario per conquistare una gratitudine verso quegli addii che ci avevano inchiodato disabilitando ogni nostra sensazione di potercela fare. Nel tempo dell’addio siamo consegnati a una condizione di inermità radicale, una condizione che però se viene abitata attraverso la scrittura può trasformarsi in un momento in cui avviene una celebrazione di sé, ma non in modo narcisistico.

Nel silenzio della scrittura viene restituito all’addio quel tempo necessario affinché l’evento dell’addio entri in una durata bergsoniana, una dimensione temporale che istituisce le condizioni di possibilità per riprendere a sentirsi soggetti. Nel tempo della scrittura il trauma dell’addio diventa il perno per ricostruire una nuova trama soggettiva.

 

Melanconia, nevrosi ossessiva e isteria

Possiamo pensare ad alcune varianti fenomenologiche dell’addio. La forma clinica più eclatante è quella melanconica.

La melanconia indica una condizione psicotica in cui il soggetto vive il dolore di esistere.

In alcuni casi l’unico modo per far tacere quel dolore, l’unico modo per separarsi dal dolore di esistere, è farla finita con la vita. Quindi l’addio melanconico non si basa su una relazione con la vita che si era precedentemente instaurata.

Nel suicidio melanconico il soggetto esce da una dimensione esistenziale in cui non è mai entrato.

Il soggetto melanconico vive il dolore di non esistere perché non riesce a partecipare al sentimento della vita. Quindi nell’atto suicidario del melanconico troviamo non una frattura relazionale, ma la separazione dal dolore causato dal mancato ingresso nel mondo della vita.

Nel libro di Demetrio troviamo diversi ritratti clinici dell’addio, in particolare vengono descritti gli addii nevrotici. Troviamo così la raffigurazione di addii ossessivi e di addii isterici.

L’addio dell’ossessivo è quello che non riesce mai a realizzarsi.

Il soggetto ossessivo non riesce mai a separarsi, l’ossessivo tentenna sempre e prova a trattenere tutto per non perdere nulla. Il nevrotico ossessivo evita la possibilità di riconciliarsi con la dimensione della perdita.

La questione dell’ossessivo riguarda dunque la possibilità di fare della perdita non un’occasione in cui avviene una diminuzione del proprio senso di esistere, ma l’opportunità per realizzare invece quella dimensione che caratterizza la nostra condizione umana. Abitare la mancanza vuol dire stare nella condizione che viene evitata dall’ossessivo.

Il nevrotico ossessivo evita in tutti i modi di fare i conti con gli addii perché nell’addio fa esperienza della perdita, una perdita da cui nessun avere metterà mai al riparo.

Esiste un’altra forma di addio che rientra nel campo della nevrosi: è l’addio isterico. Anche l’addio di chi occupa la posizione isterica non è mai compiuto, perché il soggetto isterico si sottrae alla relazione e dice addio solo per provocare il desiderio dell’Altro.

L’addio isterico è un finto addio perché in realtà maschera la ricerca di maggiori attenzioni.

Anche nel caso della nevrosi isterica possiamo osservare un evitamento dell’esperienza soggettiva della separazione, infatti il soggetto isterico, sottraendosi alla relazione, cerca di collocare la perdita nel luogo dell’Altro: è l’Altro che subisce l’addio e in questo modo il soggetto è al riparo dalla sensazione angosciante di separarsi facendo esperienza della perdita.

 

A partire dall'addio

Nella nevrosi il soggetto rinuncia a cogliere l’occasione della mancanza come un modo per incontrare l’Altro. Dal punto di vista della psicoanalisi, così come da quello di Demetrio, le relazioni vanno invece vissute a partire dal silenzio degli addii.

Bisogna vivere la dimensione relazionale a partire dall’addio perché l’addio è l’esperienza della separazione e tra umani non ci si incontra autenticamente se non metabolizzando questo tipo di esperienza.

Senza il silenzio degli addii non può esserci un autentico incontro.

E le parole, se emergono dal silenzio, sono parole dell’incontro e non parole che provano a evitare l’incontro con quella dimensione di solitudine che è la precondizione fondamentale per sentire veramente l’alterità dell’Altro.

Quindi l’altro può essere qualcuno che io utilizzo nella vita per evitare la solitudine, oppure l’Altro può essere il compagno di quella solitudine.

Nelle pagine iniziali del suo libro Demetrio parla inoltre della compagnia del silenzio: nell’addio si tratta di introdurre il tempo del silenzio affinché quell’addio ci faccia compagnia.

Tossicomania e violenza relazionale

Possiamo considerare ancora altri due modi in cui gli esseri umani rifiutano la dimensione della separazione che scaturisce dalla percezione dell’alterità dell’Altro: la tossicomania e la violenza relazionale.

Nel tempo della violenza, per esempio nella violenza che un uomo può esercitare verso una donna che lo ha lasciato, viene negata la possibilità di vivere il tempo dell’addio. Nella violenza viene negata la possibilità di abitare soggettivamente l’addio.

Anche le tossicomanie, così come tutte le forme di dipendenza patologica, sono un evitamento di quella condizione di mancanza e perdita che caratterizza la vita relazionale degli esseri umani.

Le dipendenze patologiche provano a riempire con un oggetto la mancanza.

Ovviamente non bisogna colpevolizzare i soggetti che ricadono nelle dipendenze patologiche perché probabilmente nel corso della loro vita non hanno avuto la possibilità di vivere esperienze educative e relazionali attraverso cui imparare a sentirsi soli, ma non senza l’Altro.

Soli, ma non senza l'Altro

Il silenzio dell’addio serve per non arrendersi al nulla. Ci sono gli addii che vanno detti, scritti e accolti, ma ce n’è uno soltanto che non va mai detto: è l’addio alla propria memoria.

Quando parliamo del tempo dell’addio stiamo parlando di un tempo di riconciliazione con quella memoria che a volte rifiutiamo. Quindi il silenzio degli addii richiede un atto da compiere in modo decisivo: l’atto in cui assumiamo il tempo dell’addio come il nostro fondamento, il nostro fondamento per essere soli, ma non senza l’Altro.

 

Psicoterapeuta Torino
Nicolò Terminio, psicoterapeuta e dottore di ricerca, lavora come psicoanalista a Torino.
La pratica psicoanalitica di Nicolò è caratterizzata dal confronto costante con la ricerca scientifica più aggiornata.
Allo stesso tempo dedica una particolare attenzione alla dimensione creativa del soggetto.
I suoi ambiti clinici e di ricerca riguardano la cura dei nuovi sintomi (ansia, attacchi di panico e depressione; anoressia, bulimia e obesità; gioco d’azzardo patologico e nuove dipendenze) e in particolare la clinica borderline.

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